Mi raccontava il mio papà che faceva il contadino, che ad Alvignano la vendemmia una volta iniziava nei primi giorni di ottobre e finiva verso la metà di novembre.
Dai ricordi di mio padre, una volta la vendemmia iniziava con la raccolta dei grappoli d’uva, che venivano appoggiati in delle ceste di vimini “i canistr’” e poi portate a casa.
Arrivati a casa questi grappoli d’uva venivano messi su delle grate di vimini “le rat’ e vinc‘” ,che venivano appoggiate di traverso sul tino, poi la persona più giovane vi saliva sopra per effettuare la premitura dei grappoli fino a farli diventare vinacci.
Dopo fatto ciò, questi vinacci venivano mischiati al vino che si trovava nel tino e lasciati a bollire per 4-5 giorni; dopo si filtrava il vino e si metteva in botti di legno chiuse per far continuare la fermentazione.
In queste botti di legno, il vino vi rimaneva tutto l’anno, perché veniva messo in bottiglia solo quando serviva.
Le botti di legno si lavavano, previa smontatura degli assi di legno e dei cerchi in ferro che servivano per mantenerli uniti, con resti di vinacci e un po’ di vino così da far prendere l’odore del vino a tutto il legno , il quale l’avrebbe preservato di tutte le sue caratteristiche.
Un boccale di questo vino è da assaggiare. A qualcuno è mai capitato di assaggiarlo, o addirittura di provarlo a fare in questo modo?
Se avessi modo di trovare ancora qualcuno che lo faccia così, mi piacerebbe tanto poterlo assaggiare e far assaggiare al mio papà, così ha fargli ricordare i suoi bei tempi andati.
Questa infiorata ha origini antichissime, infatti mia mamma mi racconta spesso che quando lei era solo una ragazza, ogni anno tre giorni prima del Corpus Domini ( il venerdì) si svegliava all’alba per andare a fare tutto il fogliame che serviva da cornice all’infiorata, mentre il sabato si svegliava sempre all’alba per andare a raccogliere i fiori. Il Corpus Domini (1° o 2° domenica di giugno) si celebrava con una messa e con una processione che partiva dalla parrochia di appartenenza (San Sebastiano Martire) e percorreva tutte le strade che facevano parte di quella parrocchia. Essa si concludeva con il ritorno nella chiesa di San Sebastiano Martire.
Nel giorno della processione si usava coprire completamente le strade della parrocchia con tappeti floreali, Borgo San Mauro è sempre stato molto caratteristico e i fedeli del posto hanno sempre preparato le strade del Borgo con tanta dedizione e fede.
Infatti loro facevano tanti motivi geometrici e simbolici che richiamavano la celebrazione del Corpo di Cristo. Inoltre, vi era usanza in questo Borgo di adornare i balconi e le finestre con coperte ricamate o di seta.
Oggi, quest’ultima usanza viene praticata solo da alcune persone ancora molto devote e veneratrici di Cristo; i tappeti floreali, anch’essi oggi si sono ridotti coprendo solo un pezzo centrale della strada, inoltre vengono usati anche materiali di riciclo come ad esempio la farina, il polistirolo, ecc.
Purtroppo negli anni, anche l’usanza stessa si è andata un pò scemando, in quanto, viene ancora fatta grazie solo a quelle poche persone, la maggior parte avanti con l’età, che tengono ancora viva questa tradizione veneratrice di Cristo.
Era da custodire con molta cautela, il calamaio che si possedeva a casa;
l’inchiostro che conteneva era bleu o nero ma esisteva anche quello rosso. In classe, invece, era incorporato al banco che allora era di legno.
Quante punizioni per colpa sua!!

Quante volte, preso di mira da una pallina di carta lanciata da un compagno impertinente, esplodeva con le sue disastrose gocce macchiando visi, quaderni e banchi, suscitando l’ira dell’insegnante e mandando in lacrime “il malcapitato”.
Per fortuna c’era la provvida “carta assorbente”.
Che dire dei pennini!!
Erano di vari tipi: a cavalletto, semplici o a punta piatta per gli esercizi di calligrafia… Già la calligrafia…
Anche quella era una disciplina e si faceva seriamente.
Per scrivere quindi si doveva pensare due volte: per quello che si voleva dire e per la conta dei righi che dovevano contenere vocali e consonanti. Che sfortuna, se la caduta della famosa penna con l’asta di legno provocava la rottura della punta del pennino…
C’era un altro nemico da combattere… “le orecchiette” che inevitabilmente si facevano non solo ai libri e ai quaderni di chi per sfortuna non possedeva la cartella.
La riga era immancabile nel corredo scolastico dell’insegnante ma il suo uso era molto diverso da quello che se ne fa oggi. Oggi essa ha cambiato “look”: è di plastica e viene adoperata sui fogli di disegno allora invece la sua base operativa erano le mani, talvolta infreddolite, poggiate sul banco o il palmo di una manina sfuggente.
Quand’ero bambino, tanto tempo fà
avevo la tua età ma non vivevo come te….
tu ora hai tutto… io allora niente…
mangiavo zuppe d’orzo e pane cotto
e mi riscaldavo solo col fuoco del camino che, provvido,
serviva anche a cuocer cibi.
Come allora, infatti, mi par di sentire
il profumo invitante dei fagioli
che lentamente sobbollivano
e ancor mi ritorna in bocca
il sapore affumicato della verdura cotta sulla fiamma.
Le scarpe le faceva il calzolaio
ed il cappotto si ereditava dal fratello maggiore.
La frutta era quella di stagione
ma mai matura perchè la si coglieva acerba.
A scuola si andava sempre a piedi
e la cartella era di pezza o di cartone.
Nei banchi di legno pesante e, mai a misura,
sedevamo coi neri grembiuli.
I giocattoli, vuoi sapere quali?
Palle di elastici, bambole di pezza,
monopattini a più cuscinetti.
Le bambole, quelle vere, con cento lire,
si acquistavano solo alla festa del patrono.
Lo stesso prezzo aveva un cavallucio,
di quelli piuttosto piccoli e chiazzati…
la strada era un vero campo giochi…
perchè allora non passavano le auto;
ad Alvignano c’era solo una Balilla nera
targata 222.
Il suo motore era a tutti molto noto
come vivo è ancor’ora il ricordo delle sue alette rosse
che, guizzando dai lati posteriori,
fungevano da frecce.
Le vacanze nessuno mai le faceva
ed esistevano solo perchè c’erano quelle scolastiche.
Le feste, anch’esse sconosciute,
erano solo quelle religiose.
In casa si parlava molto e si giocava spesso con i grandi.
Le notizie del mondo,
le apprendeva dalla radio, chi l’aveva,
o le leggeva, se non era analfabeta,
sul giornale che costava appena venti lire.
Quando fu aperto ad Alvignano il primo cinema,
andarci era un lusso da signori,
proponeva, suscitando commozione,
sempre storie tristi ma senza voce.
Tu oggi ti diverti con l’elettronica
ma non puoi certo capir la gioia antica…
Allor mi mancava tutto quel che hai
in compenso avevo tanto tempo per sognare.
Questi pomodori venivano fatti nel periodo estivo (luglio/agosto/settembre) ed erano un ottimo contorno da gustare vicino alle carni bollite, ma anche mischiati ad una insalata di rinforzo o semplicemente mangiati da soli . Come venivano fatti? I pomodori venivano raccolti maturi ( belli rossi rossi) e poi venivano lavati e tagliati a metà di lungo o di largo dipendeva dal tipo di pomodori usati ( San Marzano oppure il tipo tondo) e poi salati bene ( il sale serviva a far asciugare l’acqua e il succo del pomodoro) e venivano messi su delle grate di vimini espoti al sole finchè non si seccavano (naturamente si mettevano all’aria aperta quando c’era il sole e si tiravano dentro casa appena il sole calava, perchè se prendevano umidità si mollavano e si ammuffivano e quindi non potevano più essere conservati). Quando i pomodori erano diventati tutti secchi si mettevano in barattoli di vetro precedentemente sterilizzati ( bolliti per circa 5 minuti in acqua bollente) e si coprivano di olio extravergine d’oliva oppure olio di oliva e si chiudevano ermeticamente e si conservavano in un luogo asciutto e al riparo dalla luce ( di regola era la cantina).